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Tachicardie sopraventricolari

sintesi

Le tachicardie sopraventricolari sono aritmie che nascono dalle camere superiori del cuore (atri) o dal punto di collegamento elettrico tra camere superiori ed inferiori (giunzione atrio-ventricolare), caratterizzate da una elevata frequenza cardiaca (maggiore di 100 battiti al minuto).

Molto spesso queste aritmie si manifestano in forma “parossistica” (cioé con inizio e fine improvvise separate da un lungo periodo di stabilità); più raramente hanno carattere iterativo (vanno e vengono continuamente) o incessante (sono quasi sempre presenti e ricompaiono immediatamente dopo una transitoria interruzione).

Nella maggior parte dei casi la tachicardia sopraventricolare è legata alla presenza di un “corto-circuito” elettrico del cuore (circuito di rientro) che, in presenza di condizioni favorenti (ad esempio l’attività fisica, la digestione, ecc) si attiva dando origine alla tachicardia. Più raramente, l’aritmia é invece dovuta alla attivazione molto rapida di un gruppo di cellule (focus) localizzate un un’area differente da quella da dove normalmente si genera l’attività elettrica del cuore (nodo del seno).

Classificazione delle aritmie sopraventricolari

Sono comprese in questo gruppo le seguenti aritmie:

1. Tachicardia atriale: può essere generata da presenza di un focus o di un circuito di rientro localizzato in una delle camere superiori del cuore (atrio destro o sinistro).

2. Tachicardia da rientro nodale: é legata alla presenza di un circuito di rientro localizzato in prossimità della giunzione atrio-ventricolare. Nei soggetti predisposti, le particolari caratteristiche elettriche dei tessuti che compongono la giunzione atrio-ventricolare fanno si che questa sia composta di una o più “vie di conduzione” tra loro collegate. Il corto-circuito può essere attivato in differenti direzioni dando origine a diverse tachicardie (tachicardia da rientro nodale tipica o atipica).

3. Tachicardia da rientro atrio-ventricolare (della sindrome di Wolff-Parkinson-White): é legata alla presenza di un circuito di rientro costituito da un fascio muscolare che costituisce una via di conduzione atrio-ventricolare accessoria (via anomala) ed il normale sistema di conduzione atrio-ventricolare del cuore. Il corto-circuito può essere attivato in due direzioni dando origine alla tachicardia da rientro atrio-ventricolare ortodromico o antidromico.

La tachicardia atriale si manifesta in soggetti di tutte le età, mentre le tachicardie da rientro nodale e quelle della sindrome di Wolff-Parkinson-White spesso compaiono già in età pediatrica o giovanile. Tra tutte, la forma più comune è la tachicardia da rientro nodale che si osserva soprattutto nelle donne.

Quali sono le cause delle tachicardie sopraventricolari?

La maggior parte delle tachicardie sopraventricolari non sono legate alla presenza di una malattia cardiaca. Fanno eccezione le tachicardie atriali che più spesso si manifestano in pazienti con una cardiopatia acquisita (ipertensione arteriosa, pregresso infarto, insufficienza cardiaca, malattia valvolare, ecc) o congenita.

Quali sono i sintomi delle tachicardie sopraventricolari?

I principali sintomi sono:

  • palpitazioni (sensazione di battito accelerato ed irregolare)
  • debolezza o incapacità di eseguire la normale attività fisica
  • affanno
  • sensazione di “testa vuota”
  • sensazione di mancamento
  • svenimento

In rari casi, i disturbi possono essere molto lievi o addirittura assenti e l’aritmia viene scoperta occasionalmente durante una visita medica eseguita per altri motivi. In presenza di sintomi o segni suggestivi della presenza di una tachicardia sopraventricolare è opportuno che il medico di famiglia invii il paziente a consulto presso un elettrofisiologo (un cardiologo che si occupa delle aritmie cardiache); nei casi di maggiore gravità è invece necessario un rapido accesso al Pronto Soccorso.

Quali sono le conseguenze delle tachicadie sopraventricolari?

Le tachicardie sopraventricolari sono in genere responsabili solo di un peggioramento della qualità della vita dovuto ai sintomi, all’assunzione dei farmaci o agli accessi in Pronto Soccorso per l’arresto dell’aritmia. Nei pazienti con una grave cardiopatia o in rari soggetti predisposti, una elevata frequenza cardiaca e una lunga durata dell’aritmia (forme iterative/incessanti) possono portare ad una riduzione della funzione di pompa del cuore (tachicardiomiopatia). Nei pazienti con sindrome di Wolff-Parkinson-White, le particolari caratteristiche della via accessoria possono permettere il raggiungimento di frequenze cardiache molto elevate, soprattutto in caso di aritmie quali la fibrillazione o il flutter atriale.

In queste circostante è possibile che il paziente perda coscienza (svenimento) e/o che l’aritmia si trasformi in una fibrillazione ventricolare con arresto cardiaco e morte improvvisa in assenza di una rianimazione efficace (defibrillazione). Quest’ultimo evento è rarissimo (meno di 2 individui ogni 1000 affetti dalla sindrome di Wolff-Parkinson-White). Per queste ragioni, i pazienti, anche se asintomatici, con una via accessoria atrio-ventricolare diagnosticata all’elettrocardiogramma non dovrebbero svolgere attività sportiva agonistica e dovrebbero consultare un elettrofisiologo (un cardiologo che si occupa delle aritmie cardiache) per l’esecuzione di ulteriori indagini diagnostiche finalizzate alla stratificazione del rischio aritmico (studio elettrofisiologico).

diagnosi

La diagnosi delle tachicardie sopraventricolari avviene a seguito della registrazione dell’elettrocardiogramma eseguita generalmente in Pronto Soccorso durante i sintomi o, più raramente, in maniera occasionale. Per il completamento della diagnosi potrebbero essere indicate anche ulteriori indagini quali:

trattamenti

Quali sono le cure per le Tachicardie sopraventricolari?

Il trattamento delle tachicardie sopraventricolari ha principalmente l’obiettivo di ridurre i sintomi legati all’aritmia. Nei casi associati a riduzione della funzione di pompa del cuore (tachicardiomiopatia) anche quello di migliorare la contrattilità cardiaca e, nei pazienti con sindrome di Wolff-Parkinson-White, di ridurre il rischio (già estremamente basso) di morte improvvisa da arresto cardiaco.

L’episodio acuto, se non termina spontaneamente, può essere interrotto durante un accesso in Pronto Soccorso attraverso deIle manovre fisiche o somministrazione di farmaci per via endovenosa. Per la prevenzione delle recidive aritmiche possono essere utilizzati farmaci antiaritmici somministrati per bocca o eseguita una procedura interventistica chiamata ablazione transcatetere.

I farmaci antiaritmici più comunemente usati sono la Flecainide, il Propafenone, il Sotalolo, l’Amiodarone, il Dronedarone, il Verapamil ed i beta-bloccanti (Atenololo, Metoprololo, Carvedilolo, Bisoprololo, ecc). La scelta del farmaco ed il dosaggio potrà variare, su indicazione del medico, a seconda del tipo di tachicardia parossistica, delle caratteristiche del paziente e della risposta al trattamento. I principali effetti indesiderati sono rappresentati dalla nausea e dalla debolezza, alcuni farmaci possono anche causare danni alla tiroide, occhi e polmone (amiodarone); il rischio di peggioramento del quadro aritmico è presente anche se molto basso. Per questi motivi, il trattamento con farmaci antiaritmici deve essere seguito sotto periodico controllo del cardiologo di fiducia. L’efficacia nella prevenzione delle recidive di tachicardia sopraventricolare non è molto elevata.

Ablazione Transcatetere

L’ablazione transcatetere ha l’obiettivo di rendere inattive le strutture responsabili della tachicardia sopraventricolare curando in maniera quindi definitiva il paziente affetto. La procedura di ablazione viene eseguita durante breve ricovero ospedaliero, in anestesia locale e mediante speciali sonde introdotte attraverso le vene (generalmente a livello dell’inguine e del braccio). In questo modo è possibile valutare le caratteristiche elettriche del cuore e provocare, attraverso degli impulsi elettrici, l’aritmia di cui il paziente è affetto identificandone con esattezza il meccanismo responsabile. Questa fase prende il nome di “studio elettrofisiologico”. Successivamente, muovendo una delle sonde introdotte all’interno del cuore, viene ricercata e localizzata con precisione l’area responsabile dell’aritmia. Questa fase prende il nome di “mappaggio”. Una volta identificata, l’area viene resa inattiva mediante la creazione di una piccola “cicatrice” provocata dal passaggio di una corrente che genera calore (radiofrequenza) trasmessa attraverso la sonda. Più raramente la “cicatrice” può essere creata attraverso il freddo (criotermia) prodotto dal passaggio di uno speciale gas all’interno della sonda. Questa fase prende il nome di “ablazione transcatetere”. Se necessario, durante la procedura potrebbero essere somministrati farmaci anticoagulanti o sedativi. Le complicanze sono molto rare e dipendono principalmente dalla localizzazione dell’area responsabile dell’aritmia. Le probabilità di cura sono molto elevate, soprattutto nel caso delle tachicardie da rientro nodale e nella sindrome di Wolff-Parkinson-White, e nettamente superiori a quelle ottenibili con i farmaci antiaritmici. La necessità di ripetere la procedura di ablazione per insuccesso o recidiva dell’aritmia è infrequente.

Questa procedura è indicata in soggetti di tutte le età, con aritmie ricorrenti e scadente qualità della vita. Essa dovrebbe anche essere eseguita quando l’aritmia provoca una riduzione della funzione di pompa del cuore (tachicardiomiopatia) o vi è un rischio per la vita del paziente (ad esempio in alcuni individui con sindrome di Wolff-Parkinson-White).

medici

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