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Elettrofisiologia - Humanitas Mater Domini

Quando rivolgersi

Le irregolarità del battito cardiaco, genericamente definite aritmie cardiache, sono disturbi molto frequenti che possono manifestarsi in soggetti sia sani sia affetti da malattie cardiache.

Il cardiologo specializzato nella diagnosi e nella cura delle aritmie cardiache é l’elettrofisiologo.

Quando è opportuno rivolgersi allo specialista?

Mentre alcune aritmie possono essere considerate del tutto benigne perché non determinano né un disturbo per il paziente, né un rischio per la comparsa di altri eventi, in altri casi, l’aritmia determina sintomi importanti (ad esempio palpitazioni, debolezza, senso di mancamento, perdita di coscienza) con conseguente peggioramento della qualità della vita o rischio di eventi avversi anche rilevanti, quali l’ictus o la morte improvvisa.

team

Il team dell’Unità Operativa di Elettrofisiologia di Humanitas Mater Domini é specializzato nel trattamento di tutte le aritmie cardiache che si manifestano in soggetti di qualsiasi età. Il nostro obiettivo é quello di curare i pazienti con disturbi del ritmo cardiaco utilizzando le metodologie e le tecnologie più adeguate (secondo gli standard internazionali), al fine di massimizzare l’efficacia, la sicurezza e l’efficienza del trattamento.

Dal 1997 il nostro Laboratorio rappresenta un riferimento nazionale sia per il trattamento mediante ablazione transcatetere delle aritmie cardiache incluse quelle più complesse come la fibrillazione atriale, i flutter atriali atipici e le tachicardie ventricolari, che per la formazione di nuovi specialisti nel campo dell’elettrofisiologia cardiaca.

Nel Laboratorio vengono eseguite ogni anno oltre 400 procedure di elettrofisiologia (studi diagnostici ed ablazioni transcatetere) e circa 200 impianti di pace-makers o defibrillatori cardiaci. Dalla sua istituzione, sono stati trattati con successo più di 5.000 pazienti. Le aritmie che vengono principalmente trattate sono quelle più complesse, ed a questo scopo vengono utilizzate le più moderne metodiche di imaging, i sistemi di mappaggio 3D non fluoroscopico, e, se necessario, un approccio combinato endo-epicardico (attualmente eseguito in un numero molto limitato di Centri in Italia).

Il team é inoltre specializzato nel trattamento elettrico dei pazienti affetti da insufficienza cardiaca sia nell’ambito della prevenzione della morte cardiaca improvvisa (attraverso l’impianto di defibrillatori automatici) che in quello della terapia di risincronizzazione cardiaca (mediante la stimolazione biventricolare).

La qualità dell’attività svolta é garantita dall’aggiornamento professionale continuo degli operatori, dall’utilizzo di tecnologie all’avanguardia ed è monitorata attraverso la periodica verifica di indicatori di risultato.

Il riconoscimento in ambito nazionale ed internazionale dei membri del team é attestato dalle pubblicazioni scientifiche, dalla stesura di capitoli di libri e Linee Guida di trattamento, dal coinvolgimento in molteplici sperimentazioni cliniche multicentriche, nonché dalla continua partecipazione come Relatore o Moderatore a convegni scientifici.

Percorso di diagnosi e cura delle aritmie cardiache

Per un paziente con aritmia cardiaca documentata o sospetta, il percorso diagnostico-terapeutico in Humanitas Mater Domini prevede:

  • inquadramento completo all’interno di un ambulatorio aritmologico dedicato
  • esami diagnostici preliminari o complementari (ECG dinamico sec. Holter, Ecocardiogramma 2D-Doppler, Ecocardiogramma transesofageo, test ergometrico, tilt-test)
  • ricovero nei letti dell’Unità Operativa di Elettrofisiologia nei casi in cui questo sia richiesto (esecuzione di studio elettrofisiologico, ablazione transcatetere, impianto di pace-maker o defibrillatore, ecc).

La continuità assistenziale è garantita da un percorso post-cura, personalizzato sulla base delle necessità del singolo paziente, che include visite mediche ed esami periodici presso la nostra Struttura.

Attività Clinica

Le aritmie trattate dall’Unità Operativa di Elettrofisiologia sono:

Indagini e procedure eseguite dal team di Elettrofisiologia

Dotazioni delle sale di Elettrofisiologia

In Humanitas Mater Domini sono presenti due sale di Elettrofisiologia dotate di tutte le apparecchiature necessarie per l’esecuzione di indagini diagnostiche (studi elettrofisiologici) e procedure terapeutiche (ablazioni transcatetere, impianti di pace-maker o defibrillatore cardiaco, terapia risincronizzante).

Tra le dotazioni sono presenti:

  • Angiografo di ultima generazione in grado di eseguire una accurata ricostruzione tridimensionale dell’anatomia cardiaca (angiografia rotazionale), simile a quella ottenibile con un esame TAC, ma con una ridotta esposizione radiologica
  • Sistema di mappaggio e navigazione tridimensionale non fluoroscopica con possibilità di integrazione dell’anatomia cardiaca (CARTO 3)
  • Ecografia intracardiaca
  • Large monitor per la visualizzazione ad elevata definizione dei segnali e delle immagini cardiache
  • Poligrafi multicanale
  • Erogatori di radiofrequenza
  • Sistema per crio-ablazione

faq

D: Le aritmie sono pericolose per la vita?

R: Le aritmie cardiache sono irregolarità del battito cardiaco, molto frequenti sia nei soggetti sani che affetti da varie malattie cardiache. Quando il battito é accelerato si parla di tachicardia, quando troppo lento di bradicardia. Nella maggior parte dei casi, se avvertite, le aritmie determinano solo un peggioramento della qualità della vita a causa dei sintomi associati (ad esempio il cuore che batte molto velocemente o in maniera irregolare), della necessità di assumere cronicamente delle medicine, o dei ripetuti accessi in Pronto Soccorso. In circostanze particolari esse possono invece essere causa o segno premonitore di problemi ben più rilevanti. Ad esempio, i pazienti con episodi di fibrillazione atriale, soprattutto se con fattori di rischio associati, hanno una probabilità più elevata di presentare episodi di ischemia cerebrale (ictus) rispetto alla popolazione sana. Analogamente, nei pazienti cardiopatici, soprattutto in presenza di una ridotta funzione di pompa del cuore, le aritmie ventricolari possono essere un fattore di rischio, o rappresentare esse stesse la causa dell’arresto cardiaco. Una corretta diagnosi mediante esami strumentali appropriati e l’inquadramento del caso clinico da parte di un elettrofisiologo (un cardiologo che si occupa delle aritmie cardiache) permettono di formulare una corretta strategia terapeutica e di prevenire il più possibile le conseguenze negative di alcuni disturbi del ritmo cardiaco.

D: C’è una cura per la mia tachicardia parossisticasopraventricolare?

R: Le tachicardie parossistiche sopraventricolarisono aritmie quasi sempre legate alla presenza di un “corto-circuito” elettrico all’interno del cuore. I farmaci antiaritmici sono scarsamente efficaci nella prevenzione delle recidive ed hanno effetti indesiderati a volte gravi. Al contrario, ormai da molti anni è a nostra disposizione una terapia interventistica, denominata ablazione transcatetere, mediante la quale è possibile individuare con altissima precisione e rendere permanentemente inattive (creando una piccola “cicatrice) le aree responsabili dell’aritmia di cui il paziente soffre. Se eseguita da operatori esperti ed in Centri dotati di adeguate attrezzature, l’ablazione transcatetere è in grado di guarire la quasi totalità (95-98%) delle tachicardie parossistiche sopraventricolari, con un bassissimo rischio di complicanze (0.5% circa). Per questo motivo, l’ablazione transcatetere rappresenta oggi la terapia di prima scelta per i pazienti con tachicardie parossistiche sopraventricolari ricorrenti e sintomatiche.

D: Ci sono limitazioni all’attività fisica dopo un’ablazione transcatetere?

R: L’ablazione transcatetere é una procedura interventistica con cui possono essere curate la maggior parte delle tachiaritmie cardiache. La dimissione del paziente avviene generalmente dopo una notte di osservazione in Ospedale. Nei primi giorni il paziente dovrà solo aver cura di non sovraccaricare la gamba in modo da ridurre il rischio che si formino ematomi nell’area inguinale laddove sono state introdotte le sonde. Successivamente, soprattutto se la procedura ha avuto un buon esito, non vi sono assolutamente controindicazioni all’attività fisica, anche intensa, purché non vi siano altre patologie cardiache o extra-cardiache che ne impongano una limitazione o la sconsiglino. Il ritorno ad una vita attiva e non condizionata negativamente dall’aritmia è uno dei principali motivi per cui il paziente si sottopone ad una ablazione transcatetere.

D: Che rischi corro avendo la fibrillazione atriale?

R: La fibrillazione atriale è la più frequente aritmia cardiaca che affligge circa 600.000 individui in Italia. Questa aritmia da un lato determina la comparsa - non in tutti i casi - di disturbi legati alla sua presenza (ad esempio battito irregolare, stanchezza, riduzione della tolleranza allo sforzo), dall’altro pone il paziente a rischio di avere una embolia cerebrale (ictus) o un peggioramento della funzione di pompa del cuore. Il rischio di avere un ictus non è uguale in tutti i soggetti ed aumenta con l’età avanzata, la presenza di diabete mellito, ipertensione arteriosa, riduzione della funzione di pompa del cuore, malattia delle arterie o in coloro che hanno già presentato una ischemia cerebrale. Il peggioramento della funzione di pompa del cuore è invece un evento molto più raro ed avviene in pazienti predisposti, soprattutto quando la frequenza di contrazione del cuore rimane a lungo molto elevata. Per questi motivi i pazienti con fibrillazione atriale devono essere costantemente controllati e sottoposti ad un corretto trattamento sulla base del loro profilo clinicodall’elettrofisiologo (un cardiologo che si occupa delle aritmie del cuore).

D: Quando è indicata la terapia anticoagulante nella fibrillazione atriale?

R: Durante la fibrillazione atriale la contrazione degli atri perde enormemente vigore e questo causa un ristagno di sangue che può essere a sua volta responsabile della formazione di un coagulo all’interno della camera. Successivamente, questo coagulo (embolo) può spostarsi dal cuore e viaggiare all’interno dei vasi con il sangue fino a raggiungere il cervello causando l’ictus (una cicatrice più o meno estesa che determina una perdita transitoria o perenne di alcune delle funzioni cerebrali). Il rischio di avere un ictus è indipendente dal fatto che l’aritmia termini spontaneamente o no, ma non è uguale in tutti i soggetti: aumenta con l’età avanzata, la presenza di diabete mellito, ipertensione arteriosa, riduzione della funzione di pompa del cuore, malattia delle arterie o in coloro che hanno già presentato una ischemia cerebrale. In tutte queste condizioni, soprattutto se associate tra loro, è indicato l’assunzione di una terapia anticoagulante orale, attualmente con il Warfarine, in futuro, anche con uno dei nuovi anticoagulanti orali di prossima introduzione nel commercio. Al contrario, i farmaci antiaggreganti piastrinici (come ad esempio l’aspirina) non prevengono efficacemente il rischio di ictus e, pertanto, non dovrebbero essere utilizzati se non in casi particolari. L’utilizzo della terapia anticoagulante orale richiede attualmente un periodico controllo del paziente e deve tenere conto del rischio di sanguinamento attraverso la valutazione di alcuni predittori clinici.

D: Qual è la probabilità di successo e che rischi corro sottoponendomi ad un’ablazione transcatetere per la fibrillazione atriale?

R: I pazienti con fibrillazione atriale sintomatica che ricorre nonostante l’utilizzo di farmaci antiaritmici dovrebbero essere sottoposti ad ablazione transcatetere al fine di “inattivare” le aree responsabili dell’innesco e mantenimento dell’aritmia (in genere le vene polmonari). Nei pazienti con fibrillazione atriale parossistica (quelli in cui l’aritmia termina spontaneamente) la procedura, se eseguita da operatori esperti ed in Centri qualificati, ha una probabilità di risolvere il problema in circa il 60% dei casi. Questa percentuale di successo sale a circa l’80-85% se la procedura, in caso di recidiva aritmica, viene ripetuta o con l’ausilio di farmaci antiaritmici (in precedenza inefficaci). La probabilità di successo sia della prima procedura che di quelle successive scende progressivamente nei pazienti con fibrillazione atriale persistente, soprattutto se di durata maggiore di un anno, e in presenza di una malattia cardiaca avanzata. I rischi della procedura, sempre se eseguita da operatori esperti ed in Centri qualificati, sono contenuti (<2%). Essi consistono principalmente nella perforazione accidentale del cuore (che viene generalmente risolta mediante l’aspirazione del sangue stravasato con una puntura eseguita al di sotto dello sterno e diretta verso il “sacco” che avvolge il cuore – pericardiocentesi) e nel distacco di coaguli che si formano sulla superfice delle sonde nonostante il costante utilizzo di farmaci anticoagulanti durante la procedura.

D: Il mio defibrillatore interviene frequentemente per interrompere una tachicardia ventricolare: cosa posso fare?

R: Il defibrillatore automatico viene impiantato proprio per interrompere tachiaritmie ventricolari altrimenti responsabili della morte improvvisa del paziente. Interventi sporadici dell’apparecchio sono generalmente ben tollerati e richiedono solo un controllo ambulatoriale del sistema impiantato per verificare l’appropriatezza della terapia erogata ed eventualmente ottimizzare la programmazione. Al contrario, interventi frequenti, soprattutto se molto ravvicinati tra loro – la cosiddetta “tempesta aritmica” – possono peggiorare sensibilmente la qualità della vita del paziente ed associarsi ad una prognosi sfavorevole. In questi casi, se la riprogrammazione elettronica del dispositivo e la terapia farmacologica risultano inefficaci, è necessario eseguire un’ablazione transcatetere dell’aritmia responsabile degli interventi ripetuti del defibrillatore. Questo intervento, che ha lo scopo di “inattivare” le aree da cui l’aritmia insorge, deve essere eseguito in Centri con notevole esperienza ed in grado di fornire al paziente un trattamento con la metodologia più appropriata e le più avanzate tecnologie disponibili.

D: Che differenza c’è tra il pace-maker ed il defibrillatore?

R: In entrambi i casi si tratta di piccoli apparecchi elettronici che si impiantano sotto la pelle nella regione alta del torace e collegati a speciali “fili elettrici” che attraverso le vene raggiungono il cuore. La differenza consiste, oltre che nelle dimensioni – leggermente più grandi nel caso del defibrillatore, nel tipo di “terapia” erogata. Infatti, il pace-maker sorveglia continuamente il battito cardiaco ed interviene solo in caso di rallentamenti eccessivi emettendo degli impulsi elettrici che fanno contrarre il cuore. Il defibrillatore, oltre a funzionare come un normale pace-maker, è anche in grado di interrompere le tachicardie (brusche accelerazioni del battito cardiaco), altrimenti minacciose per la vita, mediante l’emissione di una raffica di impulsi elettrici o erogando una scarica elettrica.

D: Posso viaggiare, usare l’auto ed il telefonino dopo l’impianto di un defibrillatore?

R: Dopo l’impianto di un defibrillatore il paziente torna ad una vita normale con delle eventuali limitazioni poste esclusivamente dalla severità della sua malattia cardiaca. All’interno dell’apparecchio vi sono dei sofisticati circuiti elettronici sensibili ad intensi campi magnetici. Per tale motivo, durante un viaggio aereo, il paziente dovrà evitare di passare attraverso le porte “metal detector” posizionate ai controlli di polizia. In tali aree sono altresì previsti dei passaggi dedicatiai portatori di pace-maker e defibrillatore a cui si accede mostrando il tesserino del dispositivo. Per quanto riguarda il telefonino, questo interferisce in maniera molto lieve con il dispositivo; pertanto, può essere utilizzato liberamente, magari avendo l’accortezza di riporlo ad una certa distanza dalla sede di impianto. La guida dell’auto è consentita a 6 mesi dall’impianto e dopo altri 6 mesi da un intervento appropriato dell’apparecchio.

D: Il mio cuore pompa poco sangue: un defibrillatore può essere utile?

R: Una marcata riduzione della funzione di pompa del ventricolo sinistro causata da una grave malattia cardiaca determina un rischio elevato di aritmie ventricolari maligne responsabili a loro volta dell’arresto cardiaco. Questo rischio aumenta considerevolmente quando il valore della frazione di eiezione del ventricolo sinistro (un indice della contrattilità cardiaca) scende al di sotto del 30%. In questi casi, ed in pazienti selezionati con valore della frazione di eiezione compreso tra 31 e 40%, è opportuno l’impianto profilattico di un defibrillatore automatico al fine di ridurre il rischio di morte improvvisa da arresto cardiaco. Il beneficio di questo trattamento è oramai ampiamente dimostrato da numerose evidenze scientifiche. A volte, la riduzione della funzione di pompa è in parte aggravata dalla presenza di un disturbo della conduzione elettrica dell’impulso (il blocco di branca sinistra) che determina una scoordinata contrazione del cuore (dissincronia) con peggioramento dei sintomi dell’insufficienza cardiaca (affanno, stanchezza, ecc) e della prognosi. In questi casi è quindi indicato l’impianto di uno speciale defibrillatore in grado di risincronizzare l’attività elettrica cardiaca attraverso una più o meno simultanea stimolazione elettrica artificiale del ventricoli (destro e sinistro). Anche questo trattamento si è rivelato efficace per migliorare i sintomi, ridurre la progressione della malattia e migliorare la sopravvivenza dei pazienti in cui esso è indicato.

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Tempesta aritmica: cos’è e come curarla?

Il defibrillatore automatico impiantabile é un piccolo apparecchio elettronico inserito sotto la clavicola e che ha il compito di sorvegliare il battito cardiaco e, eventualmente, di intervenire per interrompere aritmie ventricolari potenzialmente responsabili di un arresto cardiaco. L’interruzione dell’aritmia viene ottenuta attraverso l’erogazione automatica di una serie di piccole scariche elettriche o di una breve stimolazione artificiale del cuore a frequenza elevata.

 

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